22 nov 2018

X-Phi,la filosofia che verrà



Qualche anno fa alcuni giovani filosofi hanno deciso di mettere la parola fine alle interminabili polemiche tra le intuizioni soggettive dei ‘filosofi da poltrona’ e di integrare i metodi tradizionali della filosofia con quelli scientifici della psicologia sperimentale,della psicologia sociale e delle neuroscienze cognitive dando vita ad una vera filosofia sperimentale.La filosofia sperimentale (detta anche X-Phi) si è diffusa soprattutto nel mondo anglosassone.
La X-Phi si occupa di indagare attraverso uno studio sistematico e scientifico il pensiero e le intuizioni dell’uomo comune sulle questioni che hanno da sempre interessato il dibattito filosofico.Non a caso l’immagine che su YouTube la rappresenta è una vecchia poltrona che brucia accanto al ritratto di un filosofo antico.
Nei primi anni 2000 Joshua Knobe (oggi professore associato nel
Programma di Scienze Cognitive del Dipartimento di Filosofia dell’università di Yale) invece di riflettere tra sé con esperimenti mentali su temi cari alla filosofia della mente,decise di misurare con metodi statistici in che modo la gente comune valutava un’‘azione intenzionale’.Utilizzando due scene immaginarie cominciò a intervistare dei passanti in un parco di Manhattan;presto il numero degli intervistati divenne un campione consistente e fu la base per uno studio di filosofia sperimentale che verrà poi  pubblicato nel 2003 su Philosophical Psychology,dal titolo ‘L’azione intenzionale nella psicologia popolare:un’indagine sperimentale’.I due scenari utilizzati da Knobe erano  i seguenti.
Nel primo l’Amministratore Delegato di una società riceve nel suo ufficio il Vice che gli fa questa comunicazione:”Stiamo per avviare un nuovo programma che incrementerà i nostri profitti…ma danneggerà l’ambiente”. L’Amministratore Delegato risponde che lui non è minimamente  preoccupato di danneggiare l’ambiente,perchè il suo unico scopo è quello di aumentare il più possibile il profitto.Così il programma viene eseguito e l’ambiente subisce gravi danni.Alla domanda fatta da Knobe se l’Amministratore Capo avesse intenzionalmente danneggiato l’ambiente,la maggioranza delle persone (l’82%) ha detto di sì.
Nel secondo scenario invece il Vice dice all’Amministratore : ”Stiamo per avviare un nuovo programma che incrementerà i nostri profitti e aiuterà anche l’ambiente”.La risposta del Capo è simile a quella di prima;afferma che il suo scopo è quello di aumentare i profitti dell’azienda e non si cura del fatto che aiuterà anche l’ambiente.Il programma viene eseguito e l’ambiente viene migliorato e aiutato.Alla domanda se in questo caso il Capo avesse intenzionalmente aiutato l’ambiente,solo una piccola parte del campione (il 23%) rispose di sì.Nel dibattito che seguì lo studio di Knobe i filosofi sperimentali cercarono di dare un senso condiviso all’asimmetria delle risposte tra gli scenari del ‘danneggiamento’ o dell’’aiuto’   all’ambiente (chiamato effetto Knobe),ma senza grandi risultati. Quella asimmetria rappresenta una sfida all’idea che esista un flusso a senso unico dei giudizi dal dominio dei fatti alla sfera morale;sembra inoltre che noi giudichiamo l’intenzionalità di un’azione a seconda che il suo esito sia positivo o negativo,e ciò non ha alcuna ragione logica.Secondo logica l’intenzionalità implica semplicemente uno scopo,una volontarietà da parte della persona,che dovrebbe essere presa in considerazione sia davanti a conseguenze positive che negative.Perchè non è così?Perchè solo sostituendo nello scenario la parola ‘danno’ con la parola ‘aiuto’ all’ambiente,di colpo solo il 23% delle persone ritiene che il contributo dell’Amministratore Delegato alla difesa della natura sia intenzionale,sebbene l’unico scopo perseguito dall’Amministratore in entrambi i casi sia stato quello di aumentare il profitto dell’ azienda?
Una risposta potrebbe essere fornita dai laboratori di neuroscienze;con  tecniche di neuroimaging si può notare che nel caso di azioni con esiti negativi il cervello tende ad attivare aree come l’amigdala e il sistema setto ippocampale,dedicate all’elaborazione delle emozioni;queste stesse aree invece tendono a restare silenti se riflettiamo sull’intenzionalità di azioni con esisti positivi;in questi casi il meccanismo di elaborazione è meno basato sul pensiero emotivo e più sul calcolo logico  statistico.Insomma davanti alla versione ‘danno’ la maggioranza della persone si farebbe guidare nel giudizio dalle emozioni,per ritornare poi logici e lucidi se chiamate a giudicare azioni con esiti positivi,come quella descritta nel secondo scenario.
Di questa asimmetria  esistono spiegazioni alternative.Altre ricerche suggeriscono,per esempio,che non è semplicemente la nocività o meno degli effetti collaterali che influenza i giudizi,perché vi svolgono un ruolo influente anche le norme sociali correnti;inoltre se negli scenari presentati viene aggiunto il rincrescimento dell’Amministratore per le conseguenze dannose sulla natura,può essere drasticamente ridotta l’asimmetria (Phelan & Sarkissian,2008).Nadelhoffer (2004) e Malle & Nelson (2003) sostengono che l’asimmetria deriva principalmente da differenze ‘affettive’ tra le persone e suggeriscono che se uno ha una reazione affettiva negativa al Capo nello scenario del danno,è più probabile che finisca per pensare che il danno sia stato realizzato intenzionalmente;anche Nadelhofer sostiene che lo scenario ‘danno’ è visto come intenzionale perché permette ai partecipanti di incolpare con più facilità l’Amministratore delegato.L’idea che nella valutazione della intenzionalità altrui (teoria della mente) sia forte l’influenza del cervello emozionale,sono state accolte in pieno e approfondite da E.T.Cokely & A.Feltz (2008).I due psicologi non sono dell’idea che queste valutazioni siano solo determinate dalla valenza morale di un evento (Knobe,2003),o stabilite in seguito alla distinzione della psicologia folk tra azione intenzionale e non intenzionale (inconscia) e all’applicazione alla prima di credenze su ciò che è ‘buono’ o ‘cattivo’ dopo aver accertato l’intenzionalità dell’atto,ma sono determinate piuttosto dalle differenze ereditarie individuali di personalità come da molto tempo si afferma in un ampio settore - poco ascoltato - della psicologia scientifica (Cronbach,1957; Revelle, 1987; Funder,1995, 2001).  Anche lo stesso concetto di intenzionalità non ha un significato univoco. Nichols e Ulatowski (2007) per esempio suggeriscono che l'asimmetria può essere il risultato di specifiche differenze tra gli individui nell’interpretare la parola 'intenzionale';nella stessa direzione Cushman e Mele (2008) hanno dimostrato che il concetto di intenzionalità è a volte applicato solo a un’azione eseguita con ‘desiderio’,e in altre ad un’azione eseguita in ragione di una ‘credenza’ o un’opinione.
Cokely & Feltz hanno coinvolto le differenze genetiche individuali per verificare quale peso potessero avere nella spiegazione dei giudizi asimmetrici,dato che moderne ricerche hanno dimostrato un certo numero di relazioni teoricamente interessanti tra le differenze individuali e le valutazioni su argomenti come l’etica,il libero arbitrio o epistemologia (Feltz & Cokely, 2008; Feltz, Cokely, & Nadelhoffer, 2009; Haidt, 2007) e anche che,come’è da tempo noto, molti tratti della personalità possono influenzare l’elaborazione delle informazioni attraverso,
a) una personale capacità di rilevare segnali stimolo,b) una personale percezione della salienza di alcuni stimoli al posto di altri,ec) una generale motivazione ad elaborare le informazioni (Funder,1995, 1991; McCrae & Costa, 1990).La base del loro ragionamento è semplice:se l'asimmetria dei giudizi sugli effetti collaterali dell’azione intenzionale è il risultato di pregiudizi che si originano nell’affettività,forse il tratto di estroversione della personalità può essere associata alla variabilità di questi giudizi,dal momento che,come indica la ricerca, l’estroversione è associata a una più flessibile regolazione delle reazioni affettive e una maggiore sensibilità alle dinamiche sociali, due fattori che teoricamente possono influenzare l'asimmetria dei giudizi.A tale scopo hanno ideato due esperimenti. Nel primo hanno esaminato il rapporto tra questa asimmetria e il tratto di personalità del Big Five (l’estroversione) che è notoriamente associato ad una maggiore espressività emozionale e a una maggiore sensibilità sociale.Nel secondo hanno manipolato e misurato direttamente specifiche differenze individuali di non specialisti relativamente concetto di azione intenzionale,secondo le indicazioni preliminari di Cushman e Mele (2008).I risultati hanno confermato l’ipotesi che l’estroversione è il fattore più influente nel generare quell’asimmetria nei giudizi.In particolare gli individui a più alta  estroversione (-K) sono anche quelli che in maggior numero sostengono che l’Amministratore delegato abbia intenzionalmente danneggiato l’ambiente,mentre quelli a bassa estroversione (+K) sono in maggioranza meno d’accordo sull’intenzione del capo di danneggiare l’ambiente.
Contrariamente a ciò che suppone l’ortodossia filosofica,questi risultati dimostrano 1) che non esiste un unico concetto folk di azione intenzionale,2)che le risposte mentali risultano differenti e frammentate,3)che sono differenze genetiche individuali generali e specifiche che generano distorsioni e polarizzazioni di giudizio nella ‘teoria della mente’ e infine4) che ciò in gran parte spiega perché alcuni dibattiti non avranno mai soluzione né in filosofia né in psicologia se non viene messo al centro dell’attenzione quanto detto al punto 3).In una successiva ricerca Cokely e Feltz (2009)  si sono spinti nelle zone sacre della ‘teoria della mente’,cercando ancora di verificare se le differenze individuali potevano spiegare l’eventuale asimmetria di giudizi relativi ai concetti di libero arbitrio,della resposabilità morale,del determinismo.All’interno della filosofia occidentale c’è ad esempio da sempre una violenta disputa tra ‘compatibilisti’ e ‘incompatibilisti’ .Gli incompatibilisti sostengono che le persone non potrebbero essere considerate veramente libere e moralmente responsabili se il determinismo fosse vero,cioè se ogni fenomeno comportamentale o di pensiero fosse l’inevitabile conseguenza di condizioni preliminari esterne o leggi naturali. Al contrario, i compatibilisti sostengono che anche se il determinismo fosse vero la nostra libertà e responsabilità morale non sarebbero  compromesse minimamente,cioè determinismo e responsabilità morale potrebbero coesistere.
  La disputa tre compatibilisti e incompatibilisti è stata affrontata ampiamente agli esordi della filosofia sperimentale con la presentazione di scene da cui risultava chiaramente che le azioni degli attori protagonisti erano completamente determinate da fattori esterni.Poi però quando in queste vignette  a un certo punto l’attore finiva per fare qualcosa di moralmente sbagliato,a questo punto Knobe & Nichols (2007) chiedevano alla gente intervistata se il protagonista era moralmente responsabile di ciò che aveva fatto.Sembrò che le risposte delle persone alle domande sulla responsabilità morale variavano notevolmente a seconda del modo in cui la domanda era stata formulata; inoltre le persone tendevano ad avere intuizioni compatibiliste se le domande scatenavano emozioni e portavano ad affrontare il problema in modo emotivo e pratico,mentre invece tendevano ad avere visioni incompatibiliste quando riuscivano a pensare  in un modo cognitivo più astratto.La ricerca di Cokely & Feltz (2009) contraddice questa visione computazionale della mente e suggerisce invece che alcune fondamentali intuizioni filosofiche sono  collegate a differenti processi psicologi relativi alle differenze individuali stabili ed ereditarie di personalità,descritte nel Big Five.Gli individui ad alta estroversione (-K) in genere mostrano d’avere più pregiudizi e diversi modelli di credenze nel valutare gli effetti collaterali Knobe,e inoltre è altamente probabile che siano compatibilisti. Invece gli individui a bassa estroversione (+K) tendono a esprimere maggiormente intuizioni incompatibiliste.Si è inoltre accertato che il legame tra personalità e intuizioni filosofiche è indipendente dalle capacità cognitive,dalla  formazione,dall’ istruzione e dalle competenze degli individui,e che indagini cross-culturali in diverse lingue diverse dall’inglese, tra cui il tedesco e lo  spagnolo,hanno portato a risultati simili.
Alcune implicazioni teoriche e filosofiche dello studio di Cokely & Feltz sono degne d’interesse.

1) Dal momento che i tratti delineati dal Big Five sono altamente ereditabili è logico sostenere che molte dispute filosofiche contemporanee,già presenti nei secoli passati,persisteranno attraverso le generazioni future e saranno difficilmente risolvibili con metodi puramente intellettuali,senza l’utilizzo dei dati empirici della filosofia sperimentale.Non è detto però che questo possa portare a qualcosa di decisivo,ma al massimo a qualche temporanea ‘verità’.Infatti è evidente che sia nella costruzione degli esperimenti che nella discussione dei risultati,agiscono e si esprimono queste differenze biologiche alla base dei processi del pensiero,le quali,come è testimoniato dall’asimmetria dei giudizi di persone normali e specialisti sugli effetti collaterali Knobe,possono modificare o rovesciare ogni definizione.
2) “Quali le singole cose appaiono a me,tali sono per me e quali appaiono a te,tali sono per te:giacchè uomo sei tu e uomo sono io” fa dire Platone a Protagora (Platone,Teeteto).Ci sono buone ragioni per prendere alla lettera le parole di Protagora e liberare la sua antica antropologia delle differenze umane che concorrono alla crescita della comunità da tutte le interpretazioni che nel tempo si sono mobilitate per celebrare il ‘soppalco autocosciente’ attaccato al cielo (D.Dennett) e l’idea che l’‘uomo’ sia parte di una comunità,civiltà o specie razionale che usa criteri comuni universali.Gli uomini invece sono differenti come le ‘realtà’ che essi vedono.

3)Per quanto riguarda l’evoluzione della conoscenza e in modo particolare di quella scientifica,ci sono buone ragioni per riconsiderare le tesi di un ‘bastian contrario’ dell’epistemologia contemporanea come Paul Feyerabend,critico delle visioni di Popper,ma anche di Kuhn e Lakatos,sull’evoluzione della conoscenza e nemico corrosivo di una concezione algoritmica della razionalità,di cui ha ripetutamente denunciato l’inutilità e il danno per il progredire stesso della conoscenza scientifica.Feyerabend ha insistito sul fatto che il progresso umano e civile non coincide necessariamente con quello tecnico scientifico e i suoi metodi,siano essi quello del razionalismo critico o dell’empirismo oggettivo.
4) Ci sono altrettante buone ragioni per considerare il metodo o i metodi non come astratti formalismi della ragione,indipendenti dai sottostanti processi connessi alle differenze psicobiologiche individuali.Occorrerà del tempo per raccogliere le prove fisiche a sostegno di questo;occorrerà anzitutto conoscere meglio i cardini neurali di quella ‘zona opaca’ tra il cervello emozionale e il cervello pensante,ma ricerche come quelle di Cokely & Feltz lasciano supporre che l’estroversione sia una dimensione che gioca un ruolo centrale nella distribuzione delle differenze dei meccanismi di coscienza.
Abbiamo ipotizzato altrove che tra coloro che manifestano valori elevati nell’estroversione prevalga (con infinite differenze interne) il ricorso ai  metodi dell’empirismo oggettivo (muoversi,cercare,accumulare osservazioni e misure dei fenomeni per migliorare le idee),mentre tra coloro che manifestano valori bassi prevalga (con altrettante differenze interne) il ricorso ai metodi del razionalismo critico oggettivo (ragionare,formulare idee,stare attenti alle loro falsificazioni, aumentare il loro contenuto empirico ecc).Lo studio sulle relazioni tra la cosiddetta personalità Filosofica e quella biologico-sociale  è solo agli inizi e non c’è dubbio che in futuro il suo focus si concentrerà sui  progressi neuroscientifici nello studio della coscienza.
5) Sebbene fino ad oggi ogni teoria della crescita della conoscenza abbia fatto leva sui concetti di contrasto e selezione evolutiva tra idee come motore dello sviluppo,si è sempre sorvolato sulla possibilità che alla base di questo conflitto evolutivo possano avere una parte rilevante le differenze biologiche tra i processi di pensiero.Questa omissione da  l’impressione che in genere si creda nell’esistenza di un’immaginaria corte suprema o organismo giudicante di natura puramente intellettuale e super partes che nel corso della storia decide quali idee saranno vincenti e quali perdenti. Un ordine simile non è possibile.Non c’è un solo tribunale giudicante,ma tanti tribunali,almeno quante sono le forme dell’autocoscienza e le visioni filosofiche scaturite dalle differenze biosociali dei cervelli e delle menti.Questi tribunali sono in una stabile concorrenza tra loro,sebbene nella nostra cultura stravinca quello che gode di maggiore sostegno economico,politico e ideologico,ovvero il tribunale dell’Oggettivismo Razionalista.Di questo sono  buoni esempi la teoria dialettica dell’evoluzione della conoscenza di Hegel coi suoi meccanismi universali Tesi-Antitesi-Sintesi/tesi che interessano l’evoluzione delle idee e quella naturale ,o  quella moderna di Lakatos sulla falsificazione e la metodologia dei programmi di ricerca scientifici (idee concorrenti intorno a un ‘sacro’ paradigma centrale).Il tribunale dell’Oggettivismo Empirista promuove una visione differente della crescita della conoscenza come,ad esempio,quella di Kuhn che vede nello sviluppo del pensiero una serie di rivoluzioni seguite da periodi di normalità,dove nel tempo i migliori paradigmi o le migliori teorie sopravvivono a scapito di altre. Forse non è proprio da scartare l’idea di Feyerabend che l’evoluzione della conoscenza sia sostanzialmente anarchica e non razionale,e che anzi la qualità di questa spinta sia l’unica che può garantirci la libertà e il progresso della scienza stessa. Nei fatti se seguissimo le istruzioni dei tribunali dell’Oggettivismo Razionalista ed Empirista la ricerca scientifica sarebbe solo fatta di studio,sacrificio,pazienza e acquisizioni progressive,mentre l’esperienza insegna che non bisogna mai chiudere nessuna porta,perché non sappiamo da dove arriverà la prossima scoperta o la prossima idea capaci di rovesciare le visioni correnti del mondo,come insegnano le storie dei Raggi x,della dinamite,della penicellina, dell’anestesia,del Big Bang,ecc..Per il momento affermare che una di queste visioni è quella giusta resta una questione di gusto,più che di logica;e forse l’idea di Feyerabend che un ‘metodo’ non esiste,che  tutto può andar bene è qualcosa di più della boutade di un dispettoso,ma semplice buon senso.     

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